oracolo di delfidi JEAN PIERRE VERNANT

Non si chiede all’oracolo di predire il futuro, di enunciare l’avvenire; lo si interroga, prima d’imboccare la strada che sembra buona, per sapere se la via è libera o preclusa e, qualora sia preclusa, su ciò che convenga fare per avere probabilità di aprirsene l’accesso.”

Si potrebbe dire della divinazione quel che affermava Cartesio del buon senso: che è la cosa al mondo meglio condivisa. Nessuna società, nel corso della storia umana, che non l’abbia a suo modo conosciuta e praticata.
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Nelle società in cui la divinazione non assume, come nella nostra, il carattere di un fenomeno marginale, persino aberrante, dove costituisce al contrario una procedura normale, regolare, perfino obbligatoria, la logica dei sistemi oracolari non è più estranea allo spirito del pubblico di quanto sia contestabile la funzione dell’indovino. La razionalità che si manifesta nella divinazione non costituisce, presso queste civiltà, un settore a parte, una mentalità isolata, in contrasto con le forme di ragionamento che regolano la pratica del diritto, dell’amministrazione, della politica, della medicina o della vita quotidiana. Si inserisce invece coerentemente nell’insieme del pensiero sociale, obbedisce nei suoi procedimenti intellettuali a norme analoghe, così come lo status dell’indovino appare assai rigorosamente articolato, nella gerarchia delle funzioni, su quelli degli altri agenti sociali responsabili della vita del gruppo. Senza questa duplice integrazione , della conoscenza divinatoria nella mentalità comune e delle funzioni dell’indovino nell’ordinamento sociale, la divinazione non sarebbe in grado di svolgere la parte che le hanno riconosciuto gli antropologi della scuola funzionalista: quella di organo ufficiale di legittimazione, capace di proporre, nel caso di scelte cariche di conseguenze per l’equilibrio dei gruppi, decisioni socialmente “oggettive”, cioè indipendenti dai desideri delle parti in causa e sostenute da un generale consenso del corpo sociale, che collochi tale genere di responsi al di sopra delle contestazioni.
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I sistemi divinatori si fondano così su equilibri, più o meno stabili, fra poli opposti, in una sorta di tensione permanente fra, da una parte il quadro formale, le strutture logiche, la grammatiche che essi mettono in opera per una codificazione completa e rigorosa dell’avvenimento, del fatto singolare, e, d’altra parte, la molteplicità delle situazioni concrete, sempre varie e mutevoli, su cui s’interroga l’oracolo e che la sua risposta deve permettere di modificare nel senso desiderato dal consultante.
Anche su questo piano, il caso greco, per le sue particolarità e forse per i suoi difetti, le sue insufficienze dal punto di vista della logica divinatoria, è illuminante. I Greci hanno valorizzato la divinazione orale […] dove la parola del dio risponde direttamente alle domande del consultante. La preminenza della parola come mezzo di comunicazione con l’aldilà concorda con il carattere fondamentalmente orale di una civiltà in cui la scrittura non è soltanto, rispetto al Vicino Oriente e alla Cina, un fenomeno recente, ma, per il suo carattere del tutto fonetico, forma un prolungamento della lingua parlata, si colloca sulla stesa linea, poichè ne riproduce i suoni invece di presentare mediante segni grafici le realtà stesse che il discorso contempla dal canto suo e a suo modo.
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Contrariamente all’interpretazione dei segni o alle procedure di divinazione tecnica, che richiedono i servizi di un indovino specializzato, la parola oracolare del dio, una volta formulata, è, come ogni altra parola, accessibile a ciascuno; nessun bisogno, per comprenderla, di una competenza particolare in materia di divinazione; sono sufficienti, a chiunque consulti piamente l’oracolo, le stesse qualità di sana riflessione, di ponderatezza e di giusta misura che fanno il buon cittadino e, quando vi si associano astuzia e perspicacia, l’abile politico. La risposta oracolare può persino essere oggetto, nelle varie esegesi che ne sono proposte, dello stesso tipo di dibattito per argomenti che conoscono tribunali ed assemblee. Non c’è testo più rivelatore, a questo riguardo, del racconto del “muro di legno” come lo narra Erodoto.
Davanti all’invasione degli eserciti persiani di Serse, gli Ateniesi inviarono messaggeri a consultare l’oracolo di Delfi. Prima che essi domandino qualcosa, la Pizia annuncia gravissime sciagure. Costernati, i messaggeri decidono di sollecitare una seconda consultazione e d’implorare, in qualità di supplici, un responso più favorevole, a costo di rimanere là nel tempio fino alla morte. La Pizia accetta allora di profetare di nuovo: “Zeus concede a Tritogenia (Atena), – essa dichiara – che solo un muro di legno sia inespugnabile, il quale salverà te ed i tuoi figli. Non aspettare inerte, la cavalleria e le forze di terra che arrivano in massa dal continente, ma ritirati, volgi le spalle; verrà ancora un giorno in cui potrai tenere testa… ” A tali parole di conforto, la Pizia aggiunge un’allusione a Salamina, sulla quale avremo, con Erodoto, l’occasione di ritornare. I messaggeri trascrivono con cura la risposta che hanno ricevuto, prima di partire alla volta di Atene. Ed ecco come lo storico greco presenta il seguito di questa vicenda dell’oracolo, che costituisce insieme un affare di stato:

Quando, rientrati in città, riferirono all’assemblea del popolo, molte opinioni furono espresse per spiegare l’oracolo; e queste specialmente si trovarono in contrasto: alcuni anziani sostenevano che, a loro avviso, il dio prediceva che l’Acropoli sarebbe sfuggita alla catastrofe, poiché in antico l’Acropoli di Atene era fortificata con una palizzata; essi dunque congetturavano che fosse quello il “muro di legno”; altri invece dicevano che il dio alludeva alla flotta, e consigliavano di allestire navi, trascurando ogni altra cosa.

Temistocle muro di legno 2
Quelli però che identificavano le navi col “muro di legno” si trovavano in difficoltà per gli ultimi due versi pronunciati dalla Pizia: “O divina Salamina, tu darai morte a figli di donne, o forse quando il dono di Demetra è seminato o quando si raccoglie”. L’opinione di quanti sostenevano che fossero le navi il “muro di legno” era fortemente contestata a motivo di questi due versi: i cresmologi, infatti, li intendevano nel senso che, se i Greci si preparavano ad affrontare una battaglia navale, intorno a Salamina dovevano essere sconfitti. C’era, però, in Atene un cittadino, che da poco era giunto in primo piano; si chiamava Temistocle, Temistocle figlio di Neocle. Quest’uomo negò che l’interpretazione dei cresmologi fosse del tutto giusta; se veramente, egli osservava, la profezia fosse stata rivolta agli Ateniesi, il dio non avrebbe usato, a suo parere, una parola così dolce: “sventurata Salamina” avrebbe detto, e non “divina Salamina”, se nelle acque dell’isola dovevano perire i suoi abitanti; ma, per chi lo interpretava rettamente, l’oracolo era stato pronunciato dal dio contro i nemici, non contro gli Ateniesi. Temistocle consigliava dunque di prepararsi per un combattimento navale, poichè intendeva in questo senso il “muro di legno”. Gli Ateniesi, quando egli espose tale spiegazione, la giudicarono preferibile a quella dei cresmologi, i quali non volevano che si pensasse ad un combattimento navale e neppure, per dirla in una parola, che si abbozzasse una resistenza, ma consigliavano di abbandonare l’Attica per stabilirsi in un altro paese.

Erodoto aggiunge che già prima, in una circostanza in cui non si trattava d’interpretare un oracolo, ma di utilizzare per il meglio il denaro pubblico, ricavato dalle miniere d’argento del Laurio, Temistocle aveva saputo a suo tempo far prevalere la sua opinione nell’assemblea e orientare la politica ateniese sulla via che le doveva assicurare la vittoria, quella della supremazia marittima.

TemistocleLo stesso tipo dunque d’intelligenza politica, la stessa astuzia che l’uomo di Stato mette in opera per decifrare la parola oscura dell’oracolo, concepire una strategia adeguata alle circostanze e trovare argomenti adatti a convincere il demos perchè decida a suo favore.
È molto significativo che Temistocle, a detta di Erodoto, abbia avuto contro di sé l’opinione dei cresmologi, personaggi che, senza essere indovini e neppure forse esegeti ufficiali dello Stato, figurano tuttavia, di fronte all’uomo politico, quali specialisti nell’interpretazione di testi oracolari. Se i cresmologi sono alfine sconfitti, è perché la discussione intorno all’oracolo non solo si svolge alla luce del sole, pubblicamente, come esige un problema d’interesse comune, ma fa appello allo stesso genere di argomentazione di ogni altra questione dibattuta dall’Assemblea, e la decisione, che segna il termine della consultazione oracolare delfica, la sua conclusione pratica, è stabilita in ultima istanza da un voto maggioritario dei cittadini.
Tale convergenza fra la parola del dio nell’oracolo e la parola umana nell’Assemblea, conformi entrambi ad uno stesso tipo di intelligibilità, si esprimono in modo particolarmente notevole nell’analogia delle formule utilizzate per porre le domande all’oracolo e per redigere le decisioni di ordine circostanziale sancite dal popolo nell’Assemblea. Non si chiede all’oracolo di predire il futuro, di enunciare l’avvenire; lo si interroga, prima d’imboccare la strada che sembra buona, per sapere se la via è libera o preclusa e, qualora sia preclusa, su ciò che convenga fare per avere probabilità di aprirsene l’accesso.
[…]

(Jean Pierre Vernant: “Parola e segni muti”, da AAVV, “Divinazione e razionalità”, Ed. Einaudi)

Immagini tratte da Wikipedia

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